Pro loco Caggiano
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Terra di sapori e tradizioni

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Skip Navigation LinksHome > Caggiano nel mondo > Caggiano e Caggianesi > G. Lamattina secondo Gabriele De Rosa giovedì 25 aprile 2019 - 03:59:49
Caggiano nel Mondo
Caggiano e Caggianesi
G. Lamattina secondo Gabriele De Rosa
Caggiano nel Mondo
PREFAZIONE DELLA RACCOLTA DI CANTI E PROVERBI
“DALLA MIA TERRA” di Gaetano Lamattina
Ed. Gabrieli Editore 1976
Non conoscevo Gaetano Lamattina prima che venisse qualche mese fa e consegnarmi personalmente nel mio ufficio di Palazzo Lancellotti a Roma, il suo volume Caggiano e il suo Casale di Pertosa.

Il nome di questo paese, a cavallo tra la Campania e la Basilicata è tra i più cari che conservi dei tanti luoghi, a sud di Salerno, che più volte ho visitato.
A Caggiano ero ospite dell’amico Vittorio Lamattina, arciprete della Chiesa del SS. Salvatore, appassionato difensore delle memorie locali, al quale si deve il recupero e la sistemazione di molti documenti della storia religiosa di questa terra. Libri parrocchiali, fascicoli di visite, abbozzi di relazioni ad limina, inventari, processi, tutto giaceva in una gran confusione sotto la minaccia dell'umidità. Vittorio Lamattina non si perse d'animo: raccolse foglio per foglio, ordinò, catalogò e organizzò un prezioso archivio, meta di laureandi e ricercatori dell'Università di Salerno. E Dio volesse che il suo esempio si moltiplicasse per le tante e tante piccole e grandi chiese del Cilento, dell'Irpinia, della Basilicata, delle montagne e della pianura: avremmo un primo risultato per conoscere meglio la pietà delle nostre popolazioni, la storia dei molti cleri locali, le vie dei pellegrinaggi e della santità.
Caggiano era entrato nei miei interessi di ricercatore quando parecchi anni fa inseguivo le tracce di un grande vescovo meridionale, Angelo Anzani che resse la diocesi di Campagna fra il 1734 e il 1770. Anzani fu pastore d'anime di straordinaria pietà e rigore ascetico, vigoroso combattente contro i soprusi baronali, indagatore attentissimo della religiosità del suo popolo, osservatore tra i più acuti che abbia avuto il Settecento meridionale, dei vizi, delle abitudini e anche delle virtù del suo popolo. Caggiano faceva parte allora della diocesi di Campagna, e il vescovo Anzani vi si recava molto spesso, non solo in occasione delle visite pastorali, ma anche per soggiornarvi a lungo, perchè riteneva, appunto, Caggiano tra i luoghi dove il vescovo era più rispettato e dove poteva godere un po' di tranquillità. Non erano quelli tempi facili per un vescovo che intendesse sorvegliare con rigore la vita del proprio clero e quella del popolo. Le minacce, e non solo a parole, erano frequenti, né mancava il rischio di essere attentato nella vita, specialmente quando erano di mezzo questioni di proprietà o di divieti sinodali.
Ma rimaniamo a Caggiano, che Anzani preferiva rispetto agli altri paesi, e per la bontà degli abitanti e perché il paese si trovava in luogo alto, con aria fina, e perché di qui il vescovo, a dorso di mulo, poteva meglio controllare la Chiesa di S. Angelo Le Fratte, altro paese assurto a fama nel XV° secolo a causa di una grande tipografia, che un altro vescovo, mostro di erudizione e spirito avventuroso e bizzarro, il Caramuele, vi aveva costruito. Anzani poteva scendere da Caggiano, attraverso Salvitelle, nella valle del fiume Melandro, e di qui risalire,sempre attraverso pendii scoscesi, nella turbolenta Salvia, turbolenta a quell'epoca, per le agitazioni dei contadini molto spesso in lite con il vescovo, che amministrava il grosso feudo di Castellaro e Perolta. Qui l'Anzani vi aveva fatto costruire un solido palazzotto, con solide inferriate e mura spesse, a significare la signoria vescovile su queste terre.
Un'estate percorsi il feudo in lungo e in largo, in compagnia dell'arciprete Lamattina e dell'amico Antonio Cestaro, per cercarvi i resti di quell'antico tenimento ecclesiastico e vi trovai i resti del palazzotto, lasciato andare in rovina, quando ancora nel secondo dopoguerra si sarebbero potute restaurare con poco le sue antiche strutture.
Quando Gaetano Lamattina mi presentò il suo libro, scoprii lì dentro una miniera di notizie e di suggestioni, una storia socio religiosa di Caggiano (cultura, usanze e dialetto di lontana ascendenza greco bizantina), scoprii il senso di una storia locale dai ritmi molto lenti, ma caratterizzanti del popolo caggianese, scoprii ancora qual era stato sino alle soglie dell’età moderna l'aspetto saliente della vita sociale di un paese, che dall'età normanna in poi aveva avuto come fulcro la potenza arrogante e proterva dei signori feudali, che si combattevano fra loro servendosi come massa di manovra dei contadini. Lamattina sintetizza molto bene questa storia: "Sventuratamente fino a ieri egli scrive nei nostri paesi le cosiddette famiglie nobili spesso sono state causa di gravi e grandi disastri per il popolo e per il paese, a causa dei loro ripicchi, delle loro vendette non pienamente soddisfatte, della bramosia di governare e dominare.".
La povera Caggiano, come del resto i paesi del bacino idrografico del Tanagro, era Università feudale, e con identico destino, passava da un feudatario all’altro, da un castellano all'altro, "venduta e comprata come una merce qualsiasi".
Raccomanderei agli studiosi di leggere le pagine del Lamattina sui luoghi pii, per capire meglio quanto rilevante sia stato il loro apporto nella vita economica e sociale del paese. I contadini, dal XVII secolo in poi, ricorsero alle casse di questi sodalizi; gli artigiani in particolare, muratori e falegnami, per alcuni mesi dell'anno avevano lavoro, i poveri trovavano il pane, e le fanciulle la dote per il maritaggio. Ma chi godeva di migliori condizioni era il clero, che viveva con le rendite della massa comune dei beni, com'era proprio delle chiese ricettizie.
Le pagine di Gaetano Larnattina sono piene di un grande amore per il suo popolo e per il suo paese. Vi sono descritte, con partecipazione molto viva, che non contrasta con lo scrupolo per il documento, la vita delle povere plebi rurali, sottoposte ad ogni sorta di angherie.
Anche la storia urbanistica ha la sua parte: dalla costruzione della poderosa cinta muraria al castello alle tante chiese, incominciando da quella del SS. Salvatore. Oggi i resti ancora massicci della parte medioevale sono ancora ben visibili, anche se manomessi: "Nuove costruzioni scrive Lamattina si aggiungono a quelle del secolo scorso; le abitazioni sorgono come funghi. Non passeranno molti anni e la Caggiano medioevale sarà abbandonata. La Caggiano moderna si sviluppa a singhiozzo, senza alcun criterio: case disseminate un pò dovunque, prive di un disegno, sovrapposte al paesaggio, come massi erratici piovuti chissà da dove, sfida e offesa al paesaggio, squallore e mortificazione della vista e del cuore dovunque”.
La denuncia di Gaetano Larnattina potrebbe ripetersi per tutti i paesi della valle del Tanagro, ma ancora più gravemente per il Cilento, per la sua luminosa fascia costiera, per le città e i centri del Sud, devastati e percossi dalla “pazzia dell’uomo moderno", come scrive Lamattina, e noi diremmo dallo scatenamento di un nuovo barbarico individualismo, in guerra con gli antichi sentimenti della vita comunitaria, con tutti i segni, i ricordi e le memorie di una cultura popolare autenticamente vissuta, prodotto di un movimento ossessivo di imitazione dei modelli urbanistici della civiltà del cemento armato e del già esasperato consumismo.
Gaetano Lamattina non ha scritto. dunque, un libro di curiosità, solo per seguire il gusto del ricercatore e dell'erudito locale. Vuole fare opera anche civile, appellandosi a quanto rimane nei suoi cittadini dell'antico spirito del luogo. Tanto è vero che egli non si è fermato alla storia. Ora egli pubblica anche una raccolta di canti proverbi indovinelli, scioglilingua del popolo caggianese, materiale dall’origine più varia, prevalentemente lucano. "Il mio augurio egli scrive è che questi canti non siano mai dimenticati dal nostro popolo, perché sarebbe una imperdonabile offesa ai nostri antenati e alla nostra storia". Ed è anche il nostro augurio. Il libro servirà allo studioso, ma anche al lettore comune, che non voglia dimenticare anche quest'altro momento della vita del suo popolo, che non è cosa separata dal resto della sua storia sociale, ma fa tutt'uno con essa.
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